Inchieste · Politica

Le parole sequestrate: come l'algoritmo ha diviso ciò che una volta era di tutti

Il diritto di parola lo difesero avvocati di sinistra, l'ambiente lo fondò un presidente repubblicano. Nove casi, dagli Stati Uniti all'Italia, di parole che un tempo erano di tutti e oggi appartengono a un solo campo.

Il 21 giugno 1977 un gruppo neonazista chiese il permesso di marciare a Skokie, in Illinois, una cittadina dove viveva una delle più grandi comunità di sopravvissuti alla Shoah d'America. A portare il caso davanti alla Corte Suprema, a difendere il diritto di quel gruppo a marciare, furono gli avvocati della American Civil Liberties Union — l'organizzazione progressista per eccellenza. Non lo fecero perché condividevano una virgola di quell'ideologia. Lo fecero perché consideravano la libertà di parola un principio che non si sospende quando chi parla ci disgusta.

Il caso entrò così a fondo nella memoria collettiva americana che tre anni dopo arrivò anche al cinema: nel film The Blues Brothers i protagonisti buttano giù da un ponte un corteo di neonazisti dopo la battuta «I hate Illinois Nazis». Uno studio dell'Università del Missouri–St. Louis sul caso Skokie cita quella scena come prova di quanto la vicenda avesse permeato la cultura popolare americana dell'epoca.

Oggi, quella stessa frase — "libertà di parola" — è diventata quasi un marchio di fabbrica della destra. Chi la pronuncia da sinistra rischia di sentirsi chiedere da che parte sta davvero.

Non è cambiata la libertà di parola. È cambiato chi ha il diritto di nominarla.

Aula di tribunale vuota, luce drammatica dalle finestre, documenti legali in primo piano
Nel 1977 fu un tribunale americano a decidere se un gruppo neonazista potesse marciare a Skokie. A difendere quel diritto furono gli avvocati dell'ACLU.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Un algoritmo che ha imparato a vendere appartenenza

Le piattaforme social non decidono cosa pensiamo. Decidono cosa vediamo, e lo fanno massimizzando una sola variabile: il tempo che restiamo incollati allo schermo. Un contenuto che conferma quello che la nostra tribù già crede tiene di più di un contenuto che complica il quadro. I documenti interni di Facebook resi pubblici dalla informatrice Frances Haugen e raccontati dal Wall Street Journal nella serie "Facebook Files" mostravano che l'azienda stessa sapeva, da propri studi interni, che il suo algoritmo premiava i contenuti più divisivi, e che un cambiamento del 2018 pensato per aumentare le interazioni "significative" aveva finito per favorire proprio la rabbia e la polarizzazione.

Il partito che ha capito prima e meglio come sfruttare questo meccanismo su scala nazionale è stato il Bharatiya Janata Party in India: nelle campagne elettorali del 2014 e del 2019 ha costruito reti capillari di gruppi WhatsApp per far circolare messaggi mirati, distretto per distretto, spesso indistinguibili dalla propaganda pura. Un modello poi replicato, con strumenti diversi, in mezzo mondo.

Negli Stati Uniti la svolta arriva con l'uso sistematico dei dati per il microtarget delle campagne elettorali del 2012, quando il team di rielezione di Barack Obama costruisce un'operazione analitica — passata alla storia con il nome in codice "Narwhal" — capace di profilare gli elettori uno per uno e recapitare a ciascuno il messaggio calcolato per convincerlo. Quattro anni dopo, la stessa logica di targeting arriva al centro di uno scandalo: Cambridge Analytica raccoglie senza consenso i dati di circa 87 milioni di profili Facebook, tramite un'app apparentemente innocua sviluppata dal ricercatore Aleksandr Kogan, e li usa per costruire profili psicografici da vendere alle campagne di Donald Trump e, alle primarie, di Ted Cruz. Sull'efficacia reale di quel targeting psicografico gli studiosi restano divisi: più di una ricerca accademica successiva ha ridimensionato l'idea che quei dati abbiano davvero "cambiato" il voto in modo determinante. Il danno, però, non era solo elettorale: era la prova che i dati privati di decine di milioni di persone potevano diventare materiale da campagna senza che nessuno lo sapesse. A far esplodere il caso, nel marzo 2018, fu un'inchiesta di Carole Cadwalladr ed Emma Graham-Harrison su The Guardian e The Observer; un anno dopo la Federal Trade Commission americana ha sanzionato Facebook per 5 miliardi di dollari e ha citato in giudizio separatamente Cambridge Analytica.

Visualizzazione astratta di fasci di luce rossi e blu che dividono una folla di silhouette su una strada al crepuscolo
L'algoritmo non decide cosa pensiamo. Decide cosa vediamo, e premia ciò che conferma la tribù.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Come si svuota una parola

Il risultato di anni di questo meccanismo non è solo più rabbia. È lo svuotamento silenzioso di concetti che un tempo appartenevano a tutti.

L'Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti nasce nel 1970 per firma di un presidente repubblicano, Richard Nixon, insieme al National Environmental Policy Act. La tutela dell'ambiente era, alla nascita, un terreno bipartisan quasi ovvio: l'aria pulita non ha un colore politico. Oggi, "ambientalista" è negli Stati Uniti quasi sinonimo di sinistra, e in Italia la transizione ecologica viene rivendicata dal campo progressista mentre il centrodestra la liquida spesso come imposizione ideologica di Bruxelles.

Vale lo stesso per la privacy. Dopo l'11 settembre 2001, l'opposizione al Patriot Act mette insieme, al Senato americano, un libertario di destra come Rand Paul e un socialista di sinistra come Bernie Sanders: la stampa li definisce "alleati inaspettati". Oggi il sospetto verso la sorveglianza di Stato si accende o si spegne a seconda di chi ha il potere in quel momento — ognuno diffida della sorveglianza solo quando è l'altro campo a controllarla.

Perfino il commercio internazionale ha cambiato casacca. Per gran parte del Novecento americano, i dazi erano una battaglia della sinistra sindacale, a difesa dei posti di lavoro industriali, mentre il libero scambio era ortodossia repubblicana da Reagan in poi. Con Donald Trump i dazi sono diventati il marchio della nuova destra repubblicana, e i democratici si sono ritrovati, quasi per inerzia, a difendere il libero commercio — anche se una parte del mondo sindacale resta protezionista, e quindi non è un ribaltamento pulito.

Non tutto va in una sola direzione. Sul nucleare, per esempio, la frattura si sta chiudendo invece di allargarsi: dopo decenni in cui l'energia atomica era il bersaglio storico dell'ambientalismo di sinistra, una parte crescente della sinistra e dell'ambientalismo giovanile lo rivendica oggi come arma contro il cambiamento climatico. E sul potere dei monopoli tecnologici, la senatrice progressista Elizabeth Warren e il senatore conservatore Josh Hawley chiedono, insieme, di smembrare i giganti del web: una prova concreta che la cattura tribale di un tema non è una legge fisica. È una scelta che, a volte, si può ancora non fare.

Perfino l'uguaglianza ha cambiato padrone. Milton Friedman, il teorico più citato della destra economica americana, passava intere pagine di Free to Choose a distinguere l'uguaglianza delle opportunità — dare a tutti la stessa possibilità di partenza, poi lasciar fare al mercato — dall'uguaglianza degli esiti, che considerava una minaccia alla libertà. Era, dichiaratamente, un valore di destra. Negli ultimi anni la destra americana ha smesso in gran parte di rivendicare la parola "uguaglianza" in una forma qualsiasi: la tratta come sinonimo di "equity" e dei programmi di diversità che l'amministrazione Trump ha messo nel mirino, invece di offrirne una propria versione.

Succede anche qui

Non serve andare fino a Washington per trovare parole nate condivise e oggi requisite da un solo campo. Il 6 marzo 1998 il primo governo Prodi fa approvare la legge 40, conosciuta come Turco-Napolitano dal nome dei due ministri che la firmano, Livia Turco e Giorgio Napolitano. È quella legge — di un governo di centrosinistra — a introdurre per la prima volta in Italia i centri di trattenimento per migranti irregolari, allora chiamati Centri di Permanenza Temporanea: lo si legge nel testo stesso della legge, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 marzo 1998. Le prime norme sui centri che oggi si chiamano CPR portano la firma dell'Ulivo, non della Lega né di Fratelli d'Italia.

Diciannove anni dopo è un altro ministro dell'Interno del Partito Democratico, Marco Minniti, governo Gentiloni, a firmare il memorandum con la Libia per fermare le partenze verso l'Italia e a far approvare il decreto che stringe le regole sui soccorsi delle ong nel Mediterraneo — lo annuncia lo stesso Viminale in un comunicato ufficiale. Oggi chi in Italia rivendica pubblicamente accordi con Paesi terzi per fermare gli sbarchi viene collocato quasi automaticamente a destra. Chi li firmò per primo sedeva al Viminale per il centrosinistra.

Ma ridurre la storia della sinistra sull'immigrazione al solo controllo dei flussi sarebbe impreciso quanto il contrario. Nel 2016, un altro governo a guida PD fa approvare la legge 199 contro il caporalato, dopo anni di campagne sindacali della Flai Cgil sullo sfruttamento dei braccianti nelle campagne italiane, spesso migranti pagati pochi euro l'ora e ammassati in baracche. Non era una legge per aprire le frontiere senza condizioni: era una legge contro lo sfruttamento. La stessa sinistra che oggi viene dipinta come favorevole all'immigrazione "in qualunque modo" è quella che per prima ha scritto nel codice penale una norma contro il lavoro-schiavo e i ghetti — cioè contro l'unica forma di immigrazione davvero fuori controllo.

Il terzo caso riguarda i diritti, ma non quelli civili: quelli dell'imputato. Negli anni di piombo il Partito Comunista e il Partito Socialista si fecero paladini del garantismo, la tutela dei diritti processuali anche per chi era accusato di terrorismo, contro una destra che chiedeva leggi più dure e processi più rapidi. Oggi il copione si è ribaltato: il "garantismo" è diventato una bandiera sventolata soprattutto dal centrodestra, spesso a difesa di politici indagati, mentre una parte della sinistra viene descritta come "giustizialista" — non da avversari, ma da testate come Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero, che discutono la cosa da anni come un problema interno al proprio campo. Chi abbia oggi ragione nel merito resta un dibattito aperto. Quello che nessuno smentisce è che le due bandiere, rispetto a cinquant'anni fa, hanno cambiato mano.

Recinzione metallica di un centro di trattenimento al tramonto, silhouette di un edificio istituzionale sullo sfondo
La legge Turco-Napolitano, che nel 1998 introdusse in Italia i centri di trattenimento per migranti irregolari, porta la firma di un governo di centrosinistra.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Il meccanismo, spiegato

Non serve una cospirazione perché una parola cambi padrone. Basta un incentivo. Un contenuto che difende un tema "misto" — che non si presta a un tifo netto — genera meno reazioni di un contenuto che dice chiaramente "noi contro loro". I politici e le testate, dentro la stessa economia dell'attenzione delle piattaforme, imparano in fretta che marchiare un tema con un colore politico rende più di discuterlo nel merito. Da quel momento la parola smette di descrivere una posizione e comincia a certificare un'appartenenza. Chi la usa ancora nel suo vecchio senso condiviso viene letto come un infiltrato del campo avversario, e smette di usarla. Il fatto che l'EPA l'abbia fondata un repubblicano, che a difendere i neonazisti in tribunale fossero dei progressisti, o che i centri per migranti in Italia li abbia aperti per primo un governo di sinistra, non viene smentito: semplicemente smette di essere utile a entrambe le tribù, e scompare dalla memoria pubblica.

Opinione mia

Questo blocco è opinione mia, non della redazione: lo separo apposta dal resto. È qui che il meccanismo diventa pericoloso, non solo fastidioso. Quando una parola diventa una bandiera di tribù, difenderla o attaccarla smette di dipendere da cosa dice davvero, e comincia a dipendere da chi la pronuncia. Ci si ritrova a dare ragione a comportamenti che non avremmo mai giustificato, solo perché arrivano dalla propria parte, e a considerare sospetta un'obiezione sensata solo perché arriva dall'altra. E prima o poi arriva il momento in cui i propri principi — quelli che credevamo di difendere — sono davvero in pericolo. Spesso non dal lato che si guardava con sospetto, ma da quello opposto, perché è lì che avevamo smesso di controllare.

Riconvergere sui fatti

Non tutti i temi sono destinati a restare sequestrati per sempre. Il nucleare lo dimostra: una frattura vecchia di quarant'anni si sta ricomponendo, non perché qualcuno abbia vinto la battaglia culturale, ma perché il problema di fondo — l'energia senza emissioni — è rimasto più forte dell'etichetta politica che gli era stata cucita addosso. Lo stesso vale, oggi, per il potere dei monopoli tecnologici, discusso da destra e sinistra con argomenti diversi ma con la stessa preoccupazione di fondo.

La domanda che ogni lettore può farsi, davanti a un tema che sente ripetere sempre dallo stesso lato, è semplice: questa posizione mi convince perché ho verificato i fatti, o perché me la porta la mia squadra? È l'unica domanda che un algoritmo non sa fare al posto nostro.

Fonti

  1. American Civil Liberties Union, The Skokie Case: How I Came to Represent the Free Speech Rights of Nazis. Testo integrale
  2. Reason, Would the ACLU Still Defend Nazis' Right To March in Skokie?, dicembre 2020. Articolo
  3. University of Missouri–St. Louis, "I Hate Illinois Nazis:" Remembering Hate Speech and the Skokie Case. Studio (PDF)
  4. Time, The Environment Used to Be a Non-Partisan Issue. Articolo
  5. Yale Climate Communication, Environmentalism's Less-Partisan Past. Articolo
  6. Cato Institute, The Republican Reversal. Articolo
  7. NBC News, Debate Over Patriot Act Creates Unlikely Allies. Articolo
  8. PBS NewsHour, fact-check sull'avviso di Reagan sui dazi. Articolo
  9. Washington Examiner, Nuclear energy revival fueled by growing embrace on the left. Articolo
  10. Breakthrough Institute, The Death of Anti-Nuclearism. Articolo
  11. Reason, The Bipartisan Antitrust Crusade Against Big Tech. Articolo
  12. Washington Times, Josh Hawley, Elizabeth Warren united on Big Tech antitrust. Articolo
  13. The Guardian / The Observer, Carole Cadwalladr ed Emma Graham-Harrison, Revealed: 50m Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, marzo 2018. Articolo
  14. Federal Trade Commission, FTC Imposes $5 Billion Penalty and Sweeping New Privacy Restrictions on Facebook, luglio 2019. Comunicato
  15. Federal Trade Commission, FTC Sues Cambridge Analytica, Settles with Former CEO and App Developer, luglio 2019. Comunicato
  16. Gazzetta Ufficiale, legge 6 marzo 1998, n. 40 (Turco-Napolitano), 12 marzo 1998. Testo di legge
  17. Ministero dell'Interno, comunicato ufficiale sul decreto Minniti. Comunicato
  18. Gazzetta Ufficiale, decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13. Testo di legge
  19. Il Fatto Quotidiano, Garantisti e giustizialisti nell'anomalia italiana, marzo 2014. Articolo
  20. Il Messaggero, Giustizialisti e garantisti: la sinistra e il referendum sulla giustizia. Articolo
  21. Il Dubbio, Quei capitani coraggiosi (e garantisti) di destra che sfidarono i giustizialisti. Articolo
  22. Camera dei Deputati, scheda sulla legge 199/2016 (contrasto al caporalato). Documento
  23. Flai Cgil, La nascita della legge 199. Articolo
  24. Econlib, The Friedmans on Equality of Outcome. Articolo
  25. Time, What Is DEI and How Is Donald Trump Challenging It?. Articolo

Dove esisteva una fonte primaria verificabile direttamente — testo di legge in Gazzetta Ufficiale, comunicato ufficiale, sentenza — è quella la fonte citata, senza intermediari di fact-checking. Sull'efficacia reale del targeting psicografico di Cambridge Analytica sul voto, la ricerca accademica resta divisa: qui si documenta la raccolta dati e le sanzioni, non un effetto elettorale certo.

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