Inchieste · Lavoro

L'articolo 18 non è stato abolito. È stato aggirato.

La riforma più identitaria del riformismo italiano non è stata cancellata da un voto. È stata riscritta dalla Consulta, mentre il dibattito litigava su una formula sbagliata.

«Il Jobs Act ha abolito l'articolo 18.» È la frase più ripetuta e più sbagliata di dodici anni di dibattito italiano sul lavoro. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è stato abolito: è ancora lì, in vigore, e si applica a milioni di persone.

Quello che è stato fatto è più sottile, e politicamente più efficace: è stato creato un regime parallelo che si applica a chi viene assunto dopo una certa data. Il vecchio articolo non è stato toccato. È stato lasciato a svuotarsi da solo, un pensionamento alla volta.

Cosa dice davvero la norma

La riforma nasce da una legge delega, la n. 183 del 2014, attuata per la parte sui licenziamenti dal decreto legislativo n. 23 del 2015. Il decreto introduce il cosiddetto contratto a tutele crescenti e si applica a chi è assunto a tempo indeterminato a partire dal 7 marzo 2015.

La doppia fila

  • Assunto prima del 7 marzo 2015 → si applica l'articolo 18: in caso di licenziamento illegittimo il giudice può ordinare la reintegrazione nel posto di lavoro.
  • Assunto dal 7 marzo 2015 → si applica il d.lgs. 23/2015: la regola è l'indennizzo economico, la reintegrazione resta solo in casi circoscritti.

Due lavoratori, stessa azienda, stessa mansione, stesso licenziamento, tutele diverse. La differenza è la data di assunzione.

Questo è il punto che rende la frase «hanno abolito l'articolo 18» sbagliata nella forma e giusta nella sostanza politica: l'articolo non è stato cancellato, ma il perimetro delle persone a cui si applica si restringe ogni giorno, per pura demografia aziendale.

Sette volte la Corte costituzionale

Qui sta la parte che il dibattito pubblico ha quasi ignorato. Il decreto del 2015 non è stato smontato da una controriforma parlamentare. È stato smontato dalla Corte costituzionale, pezzo per pezzo, in otto anni.

Le pronunce della Corte costituzionale sul d.lgs. 23/2015
PronunciaAnno
Sentenza n. 1942018
Sentenza n. 1502020
Sentenza n. 222024
Sentenza n. 1282024
Sentenza n. 1292024
Sentenza n. 1182025
Ordinanza n. 1312026

Sette interventi. Il primo, la 194/2018, ha demolito il cuore del meccanismo: l'indennità calcolata in automatico sull'anzianità di servizio, che rendeva il costo del licenziamento prevedibile al centesimo. La Corte ha restituito al giudice il potere di valutare il caso concreto — cioè esattamente la discrezionalità che la riforma voleva eliminare.

Le pronunce successive hanno eroso il resto. Quello che è rimasto in piedi del decreto del 2015 non è la riforma che fu approvata: è ciò che la Consulta ha lasciato sul tavolo.

Perché questo conta politicamente

Significa che la riforma più identitaria del riformismo italiano degli anni Dieci è stata riscritta non dal voto, ma da sette passaggi davanti alla Corte costituzionale. Nessun governo ha avuto il coraggio di abrogarla; nessun governo ha avuto la forza di difenderla. È stata lasciata al contenzioso.

I numeri dell'occupazione, e perché non dimostrano niente

Chi difende la riforma cita la crescita dell'occupazione. I numeri sono reali: gli occupati sono passati da circa 22,3 milioni a 24,37 milioni, e il tasso di occupazione dal 55,7% al 63,2%. Anche la quota di contratti a termine è scesa, dal 16,8% al 14,7%.

E questa è la parte in cui, per regola della casa, ci mettiamo contro anche alla tesi che ci farebbe comodo.

Quei numeri non provano il nesso causale, in nessuna delle due direzioni

  • Nello stesso periodo sono cambiate troppe cose: la fine della crisi dei debiti sovrani, gli anni della politica monetaria espansiva della BCE, la pandemia, il rimbalzo post-pandemia, il PNRR, la decontribuzione per le nuove assunzioni introdotta insieme alla riforma. Isolare l'effetto di una singola norma dentro questo insieme, senza un modello controfattuale, non è possibile.
  • La decontribuzione del 2015 è un indiziato almeno pari alla riforma dei licenziamenti: era un incentivo immediato in denaro, del tipo che le imprese seguono più prontamente di un cambio di regime processuale.
  • E qui il buco vero: non esiste una serie storica omogenea sui licenziamenti individuali in Italia. Non si può quindi verificare l'effetto diretto della norma su ciò che la norma regola. Chi afferma che «i licenziamenti sono aumentati» e chi afferma che «non sono aumentati» stanno entrambi parlando senza il dato.

Chiunque ti dica, da una parte o dall'altra, che quei due milioni di occupati in più sono la prova del successo o l'irrilevanza della riforma, ti sta vendendo una correlazione come una causa.

Il referendum del 2025, e il numero che conta

Nel 2025 la questione è tornata davanti agli elettori. La CGIL ha promosso quattro quesiti in materia di lavoro: la Corte costituzionale li ha dichiarati tutti e quattro ammissibili.

Una precisazione che serve, perché in giro si legge il contrario

Il quesito dichiarato inammissibile in quella tornata riguardava l'autonomia differenziata, non il lavoro. Chi scrive che «la Consulta ha bocciato un quesito della CGIL sul Jobs Act» sta confondendo due cose diverse.

Si è votato l'8 e 9 giugno 2025. Il quorum non è stato raggiunto: l'affluenza si è fermata intorno al 30%. I voti espressi erano in larga maggioranza per l'abrogazione, ma senza quorum non hanno prodotto alcun effetto giuridico.

Questo è il dato politico più duro di tutta la vicenda: messo davanti alla possibilità di cancellare la riforma con un voto, il Paese non si è presentato. Sette italiani su dieci non sono andati a votare su una norma che regola il modo in cui possono essere licenziati.

Il punto

Il Jobs Act è la riforma perfetta per capire come funziona il potere in Italia. Non ha abolito niente: ha costruito un secondo binario e ha aspettato che il primo si svuotasse. Non è stata cancellata dal Parlamento: è stata riscritta dalla Corte costituzionale in sette passaggi, in silenzio, mentre il dibattito pubblico continuava a litigare su una formula — «hanno abolito l'articolo 18» — che era sbagliata dal primo giorno.

E quando finalmente è arrivata la possibilità di decidere davvero, con il referendum del giugno 2025, l'affluenza si è fermata al trenta per cento. Chi ha promosso quella riforma, a partire da Matteo Renzi e dalla forza politica che ne porta l'eredità, Italia Viva, l'ha rivendicata fino all'ultimo. Il resto della politica ha preferito non toccarla né difenderla, lasciando che il lavoro lo facesse la Consulta.

La riforma di cui l'Italia ha discusso per dodici anni oggi non esiste più nella forma in cui fu approvata. Nessuno l'ha abrogata. Si è consumata.

Cosa manca in questo articolo

Le dichiarazioni recenti dei protagonisti le pubblichiamo solo con il virgolettato esatto, la data e il link alla fonte. Le stiamo mettendo in fila: quando sono verificate una per una, questa pagina viene aggiornata con le loro parole precise e non con il nostro riassunto.

Fonti

  1. Legge 10 dicembre 2014, n. 183 (legge delega) e decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (contratto a tutele crescenti, applicazione dal 7 marzo 2015). Normattiva
  2. Legge 20 maggio 1970, n. 300, articolo 18 (Statuto dei lavoratori), ancora in vigore per i rapporti costituiti prima del 7 marzo 2015. Normattiva
  3. Corte costituzionale: sentenze n. 194/2018, n. 150/2020, n. 22/2024, n. 128/2024, n. 129/2024, n. 118/2025 e ordinanza n. 131/2026. Testi integrali consultabili per numero e anno. cortecostituzionale.it
  4. Istat, serie storiche su occupati, tasso di occupazione e quota di dipendenti a termine. istat.it
  5. Corte costituzionale, sentenze di ammissibilità dei quesiti referendari 2025 (quattro quesiti in materia di lavoro ammessi; inammissibilità del quesito sull'autonomia differenziata). cortecostituzionale.it
  6. Ministero dell'Interno, risultati e affluenza dei referendum dell'8-9 giugno 2025. Eligendo

Le pronunce della Corte costituzionale sono citate per numero e anno: chiunque può aprirle e leggere il dispositivo. Sul nesso fra riforma e occupazione abbiamo scelto di dire che il dato non esiste, invece di usare i numeri disponibili per sostenere una tesi che non reggono.

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