Inchieste · Scuola

L'Italia, la patria del Rinascimento, è tra le ultime in Europa per l'istruzione

Nel 2024 l'istruzione vale l'8,0% della spesa pubblica italiana, la quota più bassa dell'Unione europea. Ma il problema non è la scuola: è quello che viene dopo, università e competenze degli adulti, dove l'Italia frena da vent'anni.

Nel 2024 l'Italia ha destinato all'istruzione l'8,0% della sua spesa pubblica totale. È la quota più bassa di tutta l'Unione europea: nessun altro Stato membro scende così in basso, scrive Eurostat. La media dei Ventisette è al 9,7%.

Il numero, da solo, sembra raccontare una storia semplice: il Paese che ha inventato l'università moderna spende meno di tutti per formare chi viene dopo. La storia vera divide la spesa in due pezzi che i titoli di giornale tengono quasi sempre insieme.

A scuola, nella media

Alla primaria e alla secondaria l'Italia spende 12.666 dollari l'anno per studente, calcolati a parità di potere d'acquisto nel rapporto OCSE Education at a Glance 2025. Non è una cifra da fanalino di coda: è il livello scuola, non quello universitario, a tenere in piedi la media italiana.

All'università il quadro cambia. Lo Stato spende 8.992 dollari per studente, contro una media OCSE di 15.102: quasi seimila dollari in meno a persona. L'Italia è tra i pochi Paesi OCSE dove l'università riceve meno soldi per studente della scuola dell'obbligo — nella maggior parte degli altri sistemi succede il contrario.

Chi insegna alla primaria lavora più ore per meno soldi. Un maestro fa 917 ore di lezione l'anno, contro una media OCSE di 804. E lo stesso rapporto certifica che lo stipendio reale degli insegnanti italiani è sceso del 4,4% dal 2015, mentre la media dei Paesi OCSE è salita del 14,6%: un insegnante guadagna oggi il 33% in meno di un laureato che lavora a tempo pieno in un altro settore, contro un divario medio OCSE del 17%. In busta paga sono 42.081 euro l'anno per un maestro delle elementari, 44.746 per un professore di scuola media, 47.618 per uno di superiori: sotto la media OCSE e UE a ogni livello. Il divario non si chiude nemmeno con l'anzianità — a 15 anni di carriera un insegnante italiano guadagna l'85% di quanto guadagna un coetaneo laureato impiegato altrove, contro il 90-93% della media OCSE. Le classi restano relativamente piccole — 10,4 alunni per ogni insegnante alla primaria, contro 12,1 della media OCSE — ma non è un vantaggio che si riflette nei risultati.

Con un divario salariale del genere, insegnare non è la prima scelta di chi ha alternative. Nell'indagine OCSE-TALIS 2024 sui docenti, tra i motivi per cui i giovani italiani non scelgono la cattedra spiccano la percezione di uno scarso valore sociale della professione e lo stress da carico didattico, burocrazia e carriera che avanza a rilento. La Quarta indagine sui docenti italiani, condotta su quasi 10.000 insegnanti da Università di Milano-Bicocca, Be for Education Foundation e Istituto IARD, complica però il quadro: l'88% rifarebbe la stessa scelta — sei punti in più rispetto al 2008 — e la quota di chi arriva all'insegnamento dopo un'altra carriera è salita dal 28% al 50,3%.

(opinione mia) Un divario salariale del 33% scoraggia proprio chi avrebbe alternative, prima ancora che si arrivi in cattedra: la soddisfazione di chi ci resta racconta la scuola di chi insegna già, non chi la scuola riesce ancora ad attirare.

Aula scolastica vuota al tramonto, banchi in fila, luce calda dalle finestre
Uno stipendio inferiore del 33% a quello degli altri laureati non si recupera con la soddisfazione di chi resta in cattedra.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Si sceglie a tredici anni

A tredici anni, nel gennaio della terza media, ogni famiglia italiana firma la scelta che segna il resto del percorso di un figlio: liceo, istituto tecnico o istituto professionale. Nessuno di quei ragazzi ha ancora sostenuto un esame di maturità, scelto una facoltà o lavorato un solo giorno.

E la scelta non è mai solo dello studente. Nell'indagine Censis dell'Osservatorio Iride su oltre 8.000 studenti delle superiori, il 48,3% dei liceali ha almeno un genitore laureato, contro il 25,8% di chi è iscritto a un tecnico e il 25,5% di chi va in un professionale: più di venti punti di differenza. I ragazzi dicono di scegliere per interesse personale; i dati raccontano una distribuzione che segue il titolo di studio ereditato in famiglia.

(opinione mia) A tredici anni si chiede a un ragazzo di indovinare chi sarà da grande, e chi ha già un genitore laureato in casa arriva a quella scelta con una mappa che ad altri manca. Il risultato è un sistema che si racconta come orientamento e funziona, in tanti casi, come selezione per censo — prima ancora che per merito o per attitudine.

Due corridoi scolastici che si dividono da uno stesso punto, uno luminoso verso grandi finestre, l'altro più stretto e in ombra
La firma di gennaio pesa già di famiglia in famiglia, prima ancora di pesare di ragazzo in ragazzo.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

In azienda per obbligo, raramente nel proprio campo

Il 21 gennaio 2022 Lorenzo Parelli, diciottenne dell'istituto professionale Bearzi di Udine, muore schiacciato da una trave d'acciaio da 150 chili nell'ultimo giorno del suo tirocinio in un'azienda metalmeccanica: è il quarto anno del sistema duale che unisce scuola e contratto di apprendistato per il suo indirizzo. La sua morte porta migliaia di studenti in piazza in tutta Italia, con striscioni come «gli studenti non sono operai» e «di scuola-lavoro non si può morire». Secondo un sondaggio di Skuola.net su oltre 2.500 studenti dell'ultimo triennio, il 66% si dice d'accordo con le proteste e il 17% vorrebbe abolire il programma del tutto.

Il programma però resta, sotto un altro nome. Nato nel 2003 con la riforma Moratti come sperimentazione, diventato obbligatorio per legge nel 2015 con la Buona Scuola del governo Renzi, dal 2019 si chiama PCTO — Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento — e dopo la morte di Parelli ha ridotto le ore minime a 90 per i licei, 150 per i tecnici e 210 per i professionali nel triennio, spostando l'accento dal lavoro all'orientamento, almeno sulla carta.

Nel 2024 il 58,6% dei diplomati ha comunque fatto uno stage in azienda — oltre l'80% tra chi arriva da un tecnico o da un professionale — secondo il rapporto AlmaDiploma ripreso da Skuola.net. La coerenza tra l'indirizzo di studio e il settore dello stage resta però bassa: una ricerca sulla transizione scuola-lavoro citata dal bollettino ADAPT trova che nel 38% dei casi non c'è alcun collegamento tra ciò che lo studente studia e l'azienda in cui viene inviato, e che nel 14% dei casi l'esperienza dura meno di due settimane.

Anche quando lo stage funziona, raramente diventa un lavoro vero: a un anno dal diploma, solo il 24,9% di chi ha fatto un tirocinio lavora ancora nell'azienda che lo ha ospitato — il 30,1% tra i professionali, il 26,6% tra i tecnici. E il gradimento cala: chi lo giudicava "molto utile" era oltre il 30% cinque anni fa, oggi l'indice di soddisfazione netta si ferma al 68,8%, con poco più di un diplomato su cinque "assolutamente soddisfatto".

Officina metalmeccanica vuota al crepuscolo, travi d'acciaio e macchinari in controluce
Il 38% degli stage non ha alcun collegamento con l'indirizzo di studio dello studente che li svolge.Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Poi arriva l'università, e l'Italia frena

Nel 2024 solo il 31,6% degli italiani tra 25 e 34 anni ha un titolo universitario, secondo Eurostat. È il penultimo posto nell'Unione: peggio fa solo la Romania, al 23,2%. In cima alla classifica c'è l'Irlanda, al 65,2% — più del doppio della quota italiana. La media UE è al 44,1%, l'obiettivo fissato da Bruxelles per il 2030 è almeno il 45%. L'Italia ne è lontana quasi quattordici punti.

Il problema non si ferma a chi si iscrive all'università. Nella rilevazione OCSE-PIAAC sulle competenze degli adulti, il 35% degli italiani tra 16 e 65 anni si ferma al primo livello di comprensione dei testi o sotto — capisce al massimo frasi brevi e semplici. La media OCSE è al 26%.

Una scelta che sopravvive ai governi

La quota bassa non è la firma di un solo governo. Tra il 2007 e il 2017 la spesa per istruzione sul totale della spesa pubblica italiana è scesa dal 9,9% al 7,9%, secondo l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica, che elabora dati Eurostat. In quei dieci anni si sono succeduti i governi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni — destra, sinistra e tecnici. Nel 2024, con il governo Meloni, la quota è all'8,0%: leggermente più alta del 2017, ma ancora sotto ogni soglia toccata negli anni Duemila.

Perché i numeri sull'istruzione non tornano sempre uguali

Eurostat pubblica due serie diverse sulla spesa per istruzione: una calcolata sulla contabilità pubblica per funzione (COFOG), l'altra nella rilevazione congiunta con OCSE e Unesco dedicata specificamente all'istruzione, che usa un perimetro diverso e può dare percentuali diverse per lo stesso anno. I dati di questo articolo — 8,0% della spesa pubblica e 4,0% del PIL — vengono dalla serie COFOG, dati 2024, verificata su fonte primaria Eurostat.

Sul PIL, l'istruzione italiana vale il 4,0% contro una media UE del 4,8%. Più in basso di noi fanno solo Irlanda (2,7%) e Grecia (3,9%); la Romania è appaiata all'Italia, esattamente al 4,0%.

Non è nemmeno il punto più basso mai toccato. L'11 dicembre 1969 la legge Codignola apre l'accesso all'università a chiunque abbia un diploma quinquennale, qualunque sia l'indirizzo: nasce, sulla carta, l'università di massa italiana, in anni in cui gli iscritti sono già saliti a oltre mezzo milione. Secondo la ricostruzione storica della Ragioneria Generale dello Stato, ripresa in uno studio del 2020 pubblicato su Advances in Management and Applied Economics, l'istruzione valeva il 3,6% del PIL italiano nel 1960 e il 4,4% nel 1980 — più della quota di oggi, con una contabilità diversa da quella usata ora da Eurostat ma abbastanza chiara da mostrare la direzione. Nello stesso periodo, tra il 1970 e il 1981, il debito pubblico italiano saliva dal 37% al 58% del PIL, secondo l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Oggi il debito è al 135,3% del PIL — più del doppio — e la spesa per istruzione resta sotto la quota toccata quarantaquattro anni fa.

Le cifre che non pubblichiamo

Non pubblichiamo un confronto tra la spesa per studente italiana e quella di Francia, Germania e Spagna: non abbiamo trovato una fonte primaria che le mettesse a confronto nello stesso modo. Non pubblichiamo una cifra dell'8,8% di spesa sul totale nel 2010, circolata in alcune ricostruzioni: non l'abbiamo trovata sulla serie Eurostat che dovrebbe certificarla, e nel dubbio la togliamo invece di lasciarla lì sperando che regga. E non scriviamo che l'Italia spenda più di Francia e Germania per la scuola primaria: non è vero, ed è una cifra che gira online senza una fonte verificabile.

(opinione mia) Il Paese che ha inventato l'umanesimo oggi è quello che investe meno nella cosa che lo ha reso possibile: lo studio. Non è mancanza di soldi in assoluto — l'Italia spende, e spende ragionevolmente, alla primaria. È una scelta di allocazione che si ripete a ogni cambio di governo, di destra e di sinistra: tenere in piedi la scuola dell'obbligo e lasciare che università e competenze degli adulti restino il capitolo che nessuno vuole davvero finanziare.

Il Rinascimento nacque quando le città italiane finanziavano botteghe, accademie e università con la stessa urgenza con cui oggi si finanzia un ospedale. Cinquecento anni dopo, nella stessa penisola, un laureato su tre tra i 25 e i 34 anni non esiste.

Fonti

  1. Eurostat, Government expenditure on education (Statistics Explained), dati 2024. Articolo
  2. OCSE, Education at a Glance 2025, nota Paese Italia. Nota Italia
  3. Il Fatto Quotidiano, Stipendi insegnanti Italia sotto media OCSE: 33% in meno dei laureati, settembre 2025 (cita i dati OCSE EAG2025). Articolo
  4. Orizzonte Scuola, Stipendi docenti, l'Italia fanalino di coda OCSE, settembre 2025 (cita i dati OCSE EAG2025). Articolo
  5. Skuola.net, In Italia ogni studente a scuola costa 11.000 euro l'anno, 2025 (spesa per studente scuola/università, dati OCSE EAG2025). Articolo
  6. Eurostat, SDG 4: quality education, settembre 2025 (laureati 25-34 anni). Articolo
  7. OCSE, Survey of Adults Skills 2023 (PIAAC), nota Paese Italia. Nota Italia
  8. OCSE, Education GPS — Italy, Adult skills (dati PIAAC per livello di competenza). Profilo Paese
  9. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica, La spesa per la pubblica istruzione (dati Eurostat 2007-2017). Analisi
  10. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica, Le cause dell'aumento del debito pubblico dal 1970 a oggi (debito/PIL 1970-2024). Analisi
  11. Pistoresi B., Salsano F., Italian Spending on Education: a Long-Term Perspective, Advances in Management and Applied Economics, vol. 10, n. 5, 2020 (dati Ragioneria Generale dello Stato, 1960-1980). Studio
  12. Legge 11 dicembre 1969, n. 910 ("legge Codignola"), liberalizzazione degli accessi universitari. Testo di legge
  13. Il Fatto Quotidiano, Morte di Lorenzo Parelli, studenti in piazza contro l'alternanza scuola-lavoro, gennaio 2022, e A 4 anni dalla morte di Lorenzo, gennaio 2026. Articolo
  14. Tecnica della Scuola, Stipendi docenti italiani: salari piatti e lontani dagli standard OCSE, 2025 (dati OCSE EAG2025 in euro). Articolo
  15. Skuola.net, Alternanza scuola-lavoro, sempre più scuola e sempre meno lavoro, marzo 2025 (dati AlmaDiploma su PCTO e sondaggio studenti). Articolo
  16. Censis, Osservatorio Iride, La scuola vista dai giovani, settembre 2026 (titolo di studio dei genitori per tipo di scuola superiore, campione oltre 8.000 studenti), tramite EduNews24. Articolo
  17. Bollettino ADAPT, Luci e ombre sull'alternanza scuola lavoro (dati sulla coerenza stage-indirizzo di studio). Articolo
  18. OCSE, TALIS 2024, nota Paese Italia, tramite Il Sole 24 Ore, settembre 2025 (attrattività della professione insegnante). Articolo
  19. Istituto IARD, Università di Milano-Bicocca, Be for Education Foundation, Quarta indagine sui docenti italiani, 2025 (campione di circa 10.000 insegnanti). Presentazione

I dati OCSE su spesa per studente, stipendi, ore di lezione e rapporto alunni-insegnante sono confermati incrociando la nota Paese OCSE con almeno una testata che li cita con lo stesso numero. Il dato sulla spesa per istruzione nel 2010 (circolato in alcune ricostruzioni come 8,8% del totale) non è stato trovato sulla serie Eurostat COFOG e non è stato pubblicato. I dati 1960-1980 sulla spesa per istruzione e 1970-1981 sul debito pubblico vengono da contabilità precedenti alle attuali serie Eurostat: restano comparabili solo come ordine di grandezza, non come cifre a decimale esatto.

Condividi

WhatsApp Telegram X Facebook Email

Se questo pezzo ti è stato utile, condividilo.

Le inchieste di Biggy la Volpe escono ogni sera alle 21 su Instagram, e in versione estesa qui. Segui il canale.

Commenti

I commenti aprono a breve. Nel frattempo la discussione è sotto il post su Instagram, e per segnalare un errore o mandare un documento c'è la pagina contatti.